Sebastian contrario
Episodio 10 - VERSIONE ITALIANA
Versione italiana 🇮🇹:
Ciao,
non scrivo una newsletter da molto (troppo) tempo. E nel frattempo in Francia? È successo di tutto. Nell’ordine, e poi approfondiremo. Il governo Bayrou ha deciso di mettere la fiducia all’Assemblea Nazionale ed è caduto a inizio settembre, come conseguenza del suo piano di austerità massiccio (43 miliardi, più info nella scorsa newsletter). Macron ha prontamente nominato un nuovo primo ministro il 9 settembre, Sebastien Lecornu, il quale si è preso un mese per comporre il suo nuovo governo, che ha annunciato l’altroieri, per poi dimettersi ieri mattina. Psicodramma. Crisi di sistema? Facciamo un passo indietro.
Bayr-out. Foto: qui.
La caduta di Bayrou
François Bayrou è sempre stato un outsider. Terzo alle presidenziali del 2007, quinto nel 2012, si è ritirato nel 2017 quando ha capito che quel giovane banchiere di nome Emmanuel Macron poteva farcela meglio di lui. E così si è ritrovato a gestire il suo partito centrista composto di notabilati territoriali e poco altro. Un’inchiesta giudiziaria (per lo stesso reato per cui è stata condannata Le Pen, appropriazione indebita di fondi europei) gli ha impedito di diventare ministro della giustizia nel 2017, e quindi Macron lo piazzò all’Alto Commissariato al Piano (meglio non sapere cosa facesse (o non facesse) in quel ruolo). Ad ogni modo, questo democristiano d’antan, ha deciso a fine 2024 che il suo momento era arrivato, che aveva aspettato abbastanza, che se Macron avesse voluto assicurarsi ancora il suo sostegno avrebbe dovuto nominarlo per il post-Barnier. Questa sua imposizione all’Eliseo funzionò, e Macron rinunciò a nominare Sebastien Lecornu, almeno per un po’. Bayrou nei suoi mesi a Matignon è riuscito a far approvare il bilancio 2024, con i voti del PS e del RN, e a presentare una manovra finanziaria lacrime e sangue. Proprio questo suo annuncio (la manovra includeva tra le altre cose la soppressione di due giorni festivi) ha scatenato una grande reazione popolare che si è concretizzata nelle manifestazioni Bloquons tout il 10 settembre. Bayrou, tolta la maschera da attendista, ha deciso di sfidare il Parlamento. Tramite l’articolo 49.1 della Costituzione ha chiesto un voto di fiducia all’Assemblea Nazionale (che non aveva chiesto al momento dell’insediamento, non essendoci l’obbligo in Francia). I negoziati con il PS non sono bastati ad evitargli la sfiducia. Fine del governo (e della sua carriera politica? manco per idea, si ricandiderà a sindaco di Pau).
Il governo è durato così poco che non c’è neanche una foto ufficiale dell’esecutivo. Foto di Lecornu: qui.
La nomina di Lecornu
Le ultime due volte Macron aveva preso molto tempo prima di nominare un primo ministro. Questa volta, in pochissimo tempo, ha deciso di nominare Sebastien Lecornu, fedelissimo tra i fedelissimi, ex LR, uno dei pochi ad aver avuto un ruolo nella squadra di governo dal 2017 ad oggi. Come già accennavo, Macron voleva già nominarlo a dicembre dell’anno scorso e secondo le indiscrezioni avrebbe acconsentito a dare più margine di manovra al nuovo PM. Secondo altri, Macron lo avrebbe nominato proprio alla vigilia della grande manifestazione del 10 settembre per dare un “nemico” alla piazza che non fosse lui. Lecornu si è preso un mese di tempo per comporre il nuovo governo e per negoziare coi partiti. Di lui si dice che sia apprezzato sia a destra che a sinistra. Anzitutto ha annunciato che avrebbe rinunciato alla soppressione dei due giorni festivi. Non solo, negli ultimi giorni ha anche dichiarato che avrebbe rinunciato all’utilizzo del 49.3 e si sarebbe quindi basato sulle scelte del Parlamento. Cionondimeno, visto il contesto politico e la presidenziale che arriva presto (e le comunali ancora prima, marzo 2026), i partiti hanno alzato l’asticella delle esigenze. Dopo un mese di negoziati e di trattative, Lecornu ha annunciato il suo governo. Il suo governo aveva DODICI ministri che già avevano fatto parte del governo Bayrou, più il ritorno di Bruno Le Maire, ministro dell’economia fino al 2023, ritenuto il responsabile dello sfascio dei conti pubblici francesi, al ministero delle armate, e la riconferma di Retailleau al ministero degli Interni. Tra l’altro i due ministri ex-socialisti (diciamo la componente di “sinistra” del governo Bayrou) non sono stati riconfermati. Un governo che non cambia (quasi) nulla, per non cambiare nulla.
Dall’annuncio della squadra ministeriale la situazione è precipitata. Il Partito Socialista ha fatto capire che non c’erano alternative alla censura e ieri mattina i Repubblicani, che pure partecipavano al governo, hanno annunciato la volontà di ritirarsi dal governo, avendo intuito che la barca affondava. Questa mossa ha reso impossibile la sopravvivenza del governo. Retailleau ha deciso di uscire dal governo, per differenziarsi dai macronisti in vista del 2027 e perché secondo lui il suo partito sarebbe stato bistrattato nella spartizione dei maroquins, i posti ministeriali. Wauquiez, suo oppositore interno, si è detto dispiaciuto che l’uscita del governo sia avvenuta per via di una spartizione dei posti e non per il programma.
Prendendo atto del fallimento del suo governo, Lecornu ha presentato le sue dimissioni a Macron, che ha accettato di concludere il governo più effimero della storia della Quinta Repubblica francese.
Lecornu è durato 27 giorni come premier e il suo governo soltanto 13 ore. In una conferenza stampa successiva l’ex PM ha denunciato gli “appetiti di parte” mentre Retailleau l’ha accusato di avergli nascosto la presenza di Bruno Le Maire tra i ministri e gli ha rimproverato l’assenza di discontinuità con i governi precedenti. Piccolo bonus: questo “governo” è costato 500 000 euro ai contribuenti francesi per via delle indennità e dei privilegi degli ex-ministri. Pas mal.
Macron è stato avvistato camminare da solo a Parigi ieri. Un segnale? Foto: qui.
E ora?
A Parigi, l’atmosfera è quella dei giorni di fine regno. La Francia si trova sospesa tra la paralisi e la dissoluzione, con un Emmanuel Macron sempre più isolato, un blocco centrista in frantumi e un Rassemblement national pronto a trasformare la crisi in incoronazione elettorale.
Dopo la sua breve dimissione, Sébastien Lecornu è stato richiamato d’urgenza all’Eliseo. Macron gli ha affidato una missione tanto vaga quanto cruciale: condurre, entro mercoledì sera, le ultime trattative per definire una “piattaforma d’azione e di stabilità per il Paese”. In altre parole, un tentativo disperato di ricucire un campo centrale ormai logoro, logorato da mesi di tensioni, ambizioni personali e divergenze strategiche. Eppure Gabriel Attal, leader del partito macronista ha preso le distanze dal Presidente, dichiarando che:
“Non capisco più le decisioni del presidente della Repubblica, che danno l’impressione di una sorta di accanimento nel voler mantenere il controllo. Il presidente ha provato tre volte la stessa cosa nell’ultimo anno. Penso che si possa provare qualcos’altro”,
La partita che Lecornu deve giocare è impossibile da vincere. Se riuscisse a ricomporre almeno temporaneamente il fronte centrista – riavvicinando Ensemble, Horizons, MoDem e LR convincendo qualche socialista moderato a partecipare – Macron potrebbe ancora evitare la dissoluzione dell’Assemblea nazionale. Ma se il tentativo fallisse, il destino sarebbe segnato.
Il Partito socialista ha già detto che non ci sarà un’alleanza alle legislative con LFI, che prosegue con la mozione di destituzione del Presidente, e i Verdi sembrano intenzionati a seguire la stessa linea prudente. I comunisti restano un’incognita, ma difficilmente basteranno a compensare la divisione della sinistra. In un nuovo voto, il Rassemblement national e i suoi alleati dell’UDR appaiono in posizione di forza, pronti a imporre una coabitazione inedita nella storia politica recente. Macron, consapevole del rischio, “prenderà le sue responsabilità”, ha dichiarato l’Eliseo, lasciando intendere che una nuova dissoluzione è già sul tavolo. Le sue dimissioni, invece, restano un’ipotesi quasi fantascientifica: l’uomo dell’Eliseo non abbandona mai la partita, nemmeno quando la mano è disperata.
Molti a Parigi sussurrano che il vero obiettivo del Presidente sia un altro: resistere, attraversare l’eventuale coabitazione con il RN e preparare, nell’ombra, un ritorno politico per il 2032.
Nel vuoto di potere che si apre, resta solo una certezza – la crisi non è più un accidente politico, ma la nuova normalità della Quinta Repubblica.
“Gli incapaci”, da sinistra a destra, Retailleau, Macron e Lecornu. Il titolo di Libération.
Un paio di altre info
Il Rassemblement National sfiora il 40% nei sondaggi, includendo le ipotetiche adesioni di Zemmour e Dupont-Aignan. Marine Le Pen o Jordan Bardella, poco importa: il blocco di estrema destra è oggi il favorito di qualunque sondaggio. C’est ce qu’on appelle un favori.
Nicolas Sarkozy condannato a cinque anni di carcere per associazione a delinquere, nel caso dei finanziamenti libici alla campagna del 2007. Dopo la condanna per corruzione e la revoca della Légion d’honneur, l’ex-presidente finirà in carcere.
Nel suo brevissimo periodo a Matignon Sébastien Lecornu ha sospeso fino a fine 2025 tutte le nuove spese di comunicazione dello Stato, tranne quelle sanitarie o per il reclutamento. Nel 2024, la comunicazione pubblica è costata 440 milioni di euro.
A New York, Emmanuel Macron è rimasto intrappolato nel traffico… per colpa di Donald Trump. La polizia ha bloccato Manhattan per il corteo dell’ex presidente americano, costringendo l’inquilino dell’Élysée ad attendere per oltre mezz’ora.
Brigitte e Emmanuel Macron presenteranno prove scientifiche che la Première dame non è nata uomo, dopo le voci complottiste rilanciate dalla commentatrice americana Candace Owens.
All’inizio dell’estate, l’Eliseo ha ordinato enormi rotoli di carta — tredici lotti in tutto — destinati, in caso di urgenza, a diventare schede elettorali. Precauzione tecnica o premonizione presidenziale?
Yaël Braun-Pivet, presidente dell’Assemblea Nazionale, nella tempesta agostana: secondo Le Canard Enchaîné, la presidente dell’Assemblea nazionale avrebbe chiesto ai poliziotti di guardia sotto casa di… nutrire le sue galline.
Infine, un momento storico: la Francia ha riconosciuto ufficialmente lo Stato di Palestina durante l’Assemblea generale dell’ONU di settembre.
Un grazie al mio caro amico Gaetano, sostenitore e titolista ufficiale della newsletter, per il suo affetto e sostegno.
Questa è l’undicesima newsletter di Oltralpe. Grazie per essere arrivati sin qui, ci sentiamo il mese prossimo, non dimenticatevi di condividere questa newsletter, e di scrivermi il vostro parere, à bientôt!





